• lorenzo grandi

Il paesaggista e l'arte

La fotografia paesaggistica può essere arte?



Fino a poco tempo fa non esistevano smartphone in grado di compiere i miracoli di oggi. Le foto di paesaggio erano divise in due categorie: quelle scattate per il ricordo, fatte con la macchinetta da turista, e quelle fatte dai paesaggisti.

Per le persone non dotate di furente attrezzatura fotografica era quindi impossibile comporre le foto di paesaggio che possiamo ammirare oggi fatte da piccoli telefoni zeppi di software di modifica dei toni e delle gamme dinamiche. Le foto delle vacanze erano un insieme di inquadrature piatte, colori sbiaditi e toni contrastati.


Le foto vere, quelle belle, erano prodotte da un'alchimia di sapienza, qualità ottica e qualità della pellicola. Io, nel mio piccolo, ero un maniaco e fotografavo solo con Kodachrome 50 iso, una pellicola dura come un sasso, difficile da gestire, e impossibile da sviluppare in Italia. Solo uno o due laboratori in Europa la sviluppavano. Per sapere come erano venute le diapositive dovevo aspettare invio, sviluppo e ritorno del rullino!

All'epoca come del resto oggi, i paesaggisti erano spesso fotoamatori, anche perché pochissimi eletti potevano vivere di paesaggi. Era una disciplina prevalentemente amatoriale e che richiedeva una mancanza di compagnia cronica. Certo non si poteva costringere la famiglia ad aspettare un'alba arrampicato su una roccia al freddo! Io lo facevo in compagnia della fidanzatina, ma immagino quale noia abbia subito. Infatti mi lasciò.

Per molti anni ho ritenuto la fotografia di paesaggio la vera fotografia, quella più spettacolare, poi, col crescere della mia sensibilità, mi sono accorto che questa disciplina fotografica è unicamente un esercizio che di artistico ha ben poco, ma piuttosto assomiglia ad un'esibizione fisica. Con tutto il rispetto che provo per i paesaggisti, penso che il senso della fotografia sia più profondo e soprattutto debba partire da soggetti diversi. È un po' lo stesso senso della mia critica alle fotografie di reportage dove i soggetti sono la povertà, la malattia, il disagio. Troppo facile stupire con una faccia di un bambino che muore di fame. Allora, se non lo si fa per protesta o perchè sei un fotogiornalista, diventa solo un feticcio utile a stupire mostrando un viso e una situazione lontana dai nostri canoni. 


Il paesaggio, in maniera più educata è così. Si cerca di stupire con la grandezza e le forme della natura, che è lì e che dobbiamo solo inquadrare. La differenza vera la fa l'intraprendenza nello scovare luoghi e situazioni fuori dalla portata di un normale cittadino.

Se andate su qualche gruppo web di fotografia amatoriale, scoprirete che a parte qualche ragazzina ammiccante mezza nuda per compiacere gli ormoni dell'amatore fotografico, la maggior parte delle foto che si vanno a discutere e a presentare saranno di paesaggio

Negli anni mi sono chiesto: cosa ci mette di suo un paesaggista in una foto?

L'inquadratura? Ma su! Chi non sa comporre una foto decente avendo a disposizione una buona ottica e un bel paesaggio? Siamo proprio all'"abc" della fotografia. Qualche posa lunga per creare qualche effetto? Una buona dose di post produzione a Photoshop? E per il soggetto? Cosa ci ha messo di suo, della sua sensibilità il paesaggista? Nulla, se non il fatto di essere lì in quel momento. Non c'è interazione, non c'è scoperta di una personalità. Non c'è ricerca nelle luci, ma solo l'attesa delle migliori di esse. 

Ecco il fulcro della questione: essere presenti nel momento migliore. Allora, cosa c'entra con la sensibilità del fotografo? Non è forse uno scatto semplicemente dettato dalla qualità tecnologica dell'attrezzatura e dalla mano di Dio che ha creato lo spettacolo che si riprende?

Semmai, con gli anni, mi sono reso conto che fondamentalmente i paesaggisti sono grandi viaggiatori, persone che utilizzano la scusa della fotografia per vedere e viaggiare. Certo è un'attività che è preclusa a chi fatica a camminare, a chi ha problemi fisici. La vera anima della fotografia paesaggistica sta nella filosofia dell'attesa, nel culto della forma fisica, ma non certo nell'arte. Quella è riservata a pochi personaggi in grado di reinterpretare le forme, sempre e comunque in un ambito di fredda visualizzazione di ciò che è prestato dalla natura. Quello che gratifica della fotografia paesaggistica è l'attesa che ti fa rimanere in un posto per ore a pensare da solo. L'attesa che ti consente di godere di momenti che altrimenti non avresti mai la forza di vivere. La fotografia ti fa vivere intensamente l'amore per la natura. Oggi, in un mondo dove gli spostamenti sono diventati semplici ed economici, in un mondo dove tutto è già stato visto e scoperto, dove puoi organizzare un weekend a vedere l'aurora boreale, ha ancora senso fare questo genere di foto? Bè, dopo esservi sembrato "cattivo" con i paesaggisti, vi dico di sì. Dico di sì perché, anche se non pienamente legata all'arte, la fotografia di paesaggio ha un senso per lo stile di vita, per il viaggio, e per come vivi il viaggio stesso.

Sì, è vero, i paesaggisti sono fondamentalmente dei camminatori, gente forte che sente poco la fatica, gente che si sente fotografo in pieno, ma sono sicuro che il feticismo del possedere "quello" scatto, è superato dal desiderio dell'esplorazione. Allora, in conclusione, consideriamo la fotografia di paesaggio per quello che è nella realtà: un grandissimo esercizio di meditazione e di scoperta del viaggio che nulla ha a che fare con l'arte e la sensibilità moderna, ma che la scusa della fotografia permette di vivere in una maniera unica. La fotografia di paesaggio è voglia di stupire con gli effetti speciali. E del resto, chi non si stupisce davanti a certi spettacoli della natura? Dunque, anche davanti ad una bella foto di paesaggio possiamo rimanere incantati. In fondo questo è l'effetto che ricerchiamo e da fruitori dell'arte, non possiamo che essere soddisfatti. Ma ripeto: è troppo facile! Viaggiate dunque, fotografate e fatelo bene, ma per favore, smettetela di proporre queste immagini come arte. Quelli che la pensano come me vi ammireremo lo stesso.

© 2019 Lorenzo Grandi